Giornata della memoria. DIMENTICARE MAI!

Un altro racconto di cui mi ero assolutamente dimenticato. E’ uno di quelli scritti nel periodo migliore, l’ormai lontano 1993. L’occasione è stata una vacanza in Scozia, a Edimburgo. Una vacanza strana, in effetti un po’ onirica. Mi ricordo un pomeriggio in cui mi sono trovato seduto su una panchina all’interno di un campus universitario di periferia, davanti a un prato verdissimo con una pioggia leggerissima e un piccolo recinto in ferro all’interno del quale crescevano arbusti disordinati e nel quale era presente una croce in pietra un po’ inclinata. Insomma era un posto al di fuori del tempo e lì è nata l’ispirazione del racconto che segue. Spero vi piaccia…
Odiavo il mio lavoro. In un mondo che sembrava aver capito, anche se forse troppo tardi, gli sbagli fatti e dove migliaia di persone s’impegnavano ogni giorno comprando carta riciclata per salvare alberi e pellicce sintetiche per salvare animali rari, io dovevo decretare la condanna a morte di un’intero bosco
Si poteva decidere di far passare quella maledetta autostrada più a nord, ma no, costava troppo e solo la gente comune poteva preoccuparsi per la vita di una volpe, non certo una grande società come quella che mi aveva imposto l’attuale sopralluogo.
Le misurazioni erano quasi terminate, dopo pranzo avrei completato i calcoli e quindi avrei abbassato la penna sui fogli del rapporto come un boia cala la mannaia sulla testa del condannato e avrei firmato la fine di quell’oasi verde che avevo davanti.
Mi sedetti su di una panchina con i registri dei dati raccolti per effettuare un’ultima analisi alla ricerca di un’improbabile impedimento che potesse giustificare, se non addirittura imporre, lo spostamento del tracciato autostradale.
Era una giornata nuvolosa e solo isolati stracci di cielo azzurro apparivano a tratti tra le vaporose nubi. Alcune nuvole erano di un grigio minaccioso, mentre altre di un bianco candido quasi abbacinante e tutte si muovevano come un gregge verso nord, quasi ad implorarmi di spostare in tale direzione quell’assurda colata di cemento, risparmiando quella che loro probabilmente vedevano come una piccola chiazza di verde.
Sedetti su di un tronco, innanzi a me digradava lentamente un prato di giovane erba e alle mie spalle avevo il bosco ombroso dal quale provenivano senza sosta i lamentosi richiami dei gufi, in torno era il profumo dell’erba bagnata, del muschio e dei funghi.
Improvvisamente il rumore secco di un ramo spezzato mi fece voltare, appena in tempo per notare un rapido movimento tra un gruppo di cespugli posto al limitare del bosco. Mi avvicinai cauto e mi misi a sbirciare tra le ombre del cespuglio. Era piccolissima. Lunghi capelli neri la ricoprivano interamente e i verdi occhi sbarrati erano colmi di terrore, mentre le iridate ali di farfalla erano tese, quasi fossero scudi.
La candida pelle dei piedini minuti, non coperta dai capelli risaltava nitida nell’ombra.
Una fata. Stavo guardando una fata come
Timoroso di spaventarla facendola fuggire mi rivolsi a lei con voce bassa, chiedendole chi fosse e se capisse la mia lingua.
Non ottenni risposta ed allora, vedendola più calma, allungai con estrema prudenza la mia mano destra verso di lei, tenendo il palmo verso l’alto cercando di farle capire che era un invito a salirvi.
Ella vi salì, prima titubante poi decisa. Il suo passo era leggero come una piuma e dovetti sforzarmi di tenere la mano immobile nonostante il solletico.
Parlò all’improvviso e la sua voce era musica, un fruscio di vento tra le foglie, tintinnante come l’acqua pura tra le pietre colorate di un torrente.
- Tu puoi e devi fermarli - disse - Ho potuto leggere nei tuoi pensieri cosa sta per accadere e ho letto nel tuo cuore che tu non vuoi che accada. Sono stata mandata a te come emissario di quello che voi a volte chiamate il piccolo popolo per implorarti di aiutarci.
- Il piccolo popolo - chiesi stupito - vuoi dire gnomi fate elfi e via discorrendo?
- Si - riprese lei - In realtà siamo i rappresentanti di una antica civiltà, veniamo da un pianeta molto lontano e dopo un lungo viaggio siamo riusciti a raggiungere questo pianeta dove abbiamo stabilito una colonia.
- Per rimanere nascosti - continuò - abbiamo scelto come nostro regno le foreste e i boschi. Sin dalla loro apparizione abbiamo guidato e assistito gli uomini aspettando il momento giusto per rivelarci, stringere un’alleanza ed iniziare una proficua collaborazione tra i nostri popoli, ma ora tutto questo è in pericolo.
- Purtroppo - le dissi - anche volendo non potrei fare nulla per impedire lo scempio del vostro bosco. Potrei truccare i dati dei rilevamenti, ma sicuramente questi saranno controllati da altri esperti ed il trucco scoperto.
- L’unica possibilità di salvezza - continuai - sarebbe che i risultati ottenuti dalle misurazioni in corso indicassero un terreno paludoso e quindi cedevole: a questo punto la soluzione più economica sarebbe lo spostamento dell’autostrada.
- E’ in nostro potere farlo - disse risoluta la fata - se tu vuoi potresti indicarci esattamente dove e come ciò dovrà essere fatto.
Accettai.
Fui svegliato dalle prime goccie di pioggia. Alzandomi dalla panchina feci per chiudere la cartelletta che avevo appoggiato sulle ginocchia ed allora notai la serie d’iridescenti punti che si snodavano su uno dei fogli.
Fui distratto dal sopraggiungere di uno dei miei assistenti: stava urlandomi qualcosa che non riuscivo a comprendere bene, ma quando fu più vicino riuscii a cogliere chiaramente una parola, paludoso.
Con l’aggiunta degli ultimi interventi mi sono accorto di ‘graffiare’ un po’ troppo. E’ più forte di me, sono un insofferente. In ogni caso mi e vi concedo una tregua e pubblico un altro dei miei vecchi racconti, rispolverato per l’occasione. Concordo che apparirà un po’ “acerbo”, ma è stato scritto nel lontano 04/10/’93. Come al solito, Buona lettura
Finalmente era mio. Guardavo con un misto di orgoglio e gioia il pacchetto posato sul tavolo davanti a me. Ciò che stavo provando in quel momento mi ripagava abbondantemente dei lunghi mesi di sacrifici, passati a racimolare la cifra che mi sarebbe servita per comprare ciò che aveva occupato i miei pensieri sin da quando lo avevo visto per la prima volta in quel film sulla realtà virtuale; il dataglove.
Si trattava di un guanto particolare fornito di sensori che traducevano ogni minimo movimento della mano in impulsi elettronici che inviati al calcolatore tramite un cavo ed elaborati da un programma adatto permettevano di far riprodurre, gli stessi movimenti ad una mano stilizzata che appariva sul monitor.
Subito dopo quel film avevo iniziato a cercare ogni notizia riguardante la realtà virtuale ed in breve tempo mi ero fatto una discreta cultura sull’argomento, tanto da sentirmi sicuro di poter passare dalla teoria alla pratica.
Avevo studiato un piano di risparmi sullo stipendio in modo da poter ottenere in tempi relativamente brevi la somma necessaria ad acquistare almeno l’attrezzatura base senza rimanere al verde.
Contemporaneamente avevo iniziato le ricerche del posto in cui acquistare tale attrezzatura al prezzo minore, senza comunque farmi troppe illusioni. Per questo rimasi tanto sorpreso quando le ricerche mi condussero in un piccolo negozietto di periferia tanto dismesso che a prima vista ci si sarebbe aspettati di vedere dei pallottolieri in vetrina anziché la periferica tanto cercata ad un prezzo ridicolo.
Mi precipitai nel negozio e chiesi informazioni al vecchiettino dietro al banco il quale mi disse che il prezzo irrisorio era dovuto al fatto che quell’articolo seppur in ottime condizioni era usato.
Lo acquistai subito.
Smisi d’indugiare e aprii l’involucro contenente il guanto, mi versai un bicchiere di latte e mi misi a studiare attentamente i manuali contenuti nella confezione.
Erano circa le undici di mattina quando ero rientrato in casa con il pacco ed erano ancora le undici ma di sera quando terminai d’installare la periferica, ero stato talmente preso dallo studio dei manuali e dalle varie operazioni d’installazione che mi ero completamente dimenticato di mangiare.
Finalmente giunse il momento tanto atteso; indossai il guanto e accesi il mio computer lanciando il programma di gestione del dataglove.
I battiti del mio cuore raddoppiarono quando la mia mano e quella stilizzata nello schermo mi presentarono l’immagine speculare del segno di ok che avevo assunto con il dataglove.
Funzionava.
Mi sembrava di rivivere il film visto. Con il programma in dotazione potevo creare oggetti tridimensionali nel monitor e quindi afferrarli, spostarli e ruotarli con l’alter ego elettronico della mia mano avvolta in quel prodigio tecnologico.
Continuai a giocare per un’eternità e più acquistavo padronanza dei nuovi strumenti più mi sembrava quasi di sentire realmente gli oggetti che manipolavo virtualmente nel monitor come se effettivamente li tenessi in mano.
Quando ormai stavo crollando per la stanchezza decisi di smettere spegnendo a malincuore il computer e sfilandomi il guanto.
Il sangue mi si gelò nelle vene e fredde gocce di sudore andarono ad imperlarmi la fronte mentre fissavo il posto che doveva essere occupato dalla mia mano che non c’era più.
Pensai di essere cotto, guardai dentro il guanto che ovviamente era vuoto e guardai nuovamente il polso aspettandomi di rivedere la mia mano al suo posto e di essere stato preda di una allucinazione visiva ma … nulla la mia mano non era più al suo posto, io ne sentivo le sensazioni ma non la vedevo.
Non vi erano ne sangue ne ferite, solo il polso completamente liscio e compatto.
Pensai di essere in preda ad allucinazioni dovute allo stress al quale mi ero sottoposto quindi corsi in bagno, aprii l’armadietto con l’unica mano che mi sembrava d’avere, presi tre pillole di sonnifero e mi sdraiai completamente vestito e straconvinto che quando mi sarei svegliato sarei stato completamente sano ed in forma.
Mi svegliarono le lame di luce che filtravano dalle persiane e che mi colpivano il viso, io ne potevo vedere i riflessi rossastri dietro le palpebre chiuse che avevo paura di aprire per scoprire che la mia mano non era tornata al suo posto.
Mi feci forza, tenendo gli occhi chiusi alzai il braccio incriminato sino a portare il polso all’altezza del viso e quindi alzai di colpo le palpebre.
IL BRACCIO. Urlai ..urlai con tutto il fiato che avevo, il braccio non c’era più così come non c’era più il mio corpo e lo specchio in fondo al letto mi rimandava solamente l’immagine di una testa e di una faccia congelata in un’espressione urlante e terrorizzata.
Subito dopo persi i sensi e fu il buio.
Mi svegliarono lame di luce multicolore che mi colpivano il viso, io ne potevo vedere le sfumature attenuate dietro le palpebre che avevo paura di sollevare per scoprire che non si era trattato di un sogno.
Mi feci forza e le sollevai di colpo come già avevo fatto una volta.
Un vortice di luce, di bagliori elettrici e una griglia verde elettrico che sembrava fatta da fibre ottiche si stagliava d’innanzi a me e in mezzo a questa baraonda stroboscopica un uomo.
Un vecchio dalla barba lunga e candida, dal cappello nero a punta trafitto di stelle gialle come la lunga tunica che lo avvolgeva.
Benvenuto allievo - disse con voce tonante - vedo che lo strumento che ho lasciato ha infine riconosciuto un’anima eletta e me l’ha condotta.
Io sono il padrone di questo universo elettronico - continuò - solo io ho scoperto come accedervi e ho lasciato una chiave in grado di scoprire chi avesse le caratteristiche per potermi essere allievo discepolo e alleato.
Siamo i nuovi dei di un mondo da creare, in questa dimensione possiamo essere quello che vogliamo e i nostri poteri sono illimitati.
Il mio nome ho deciso che sarà Merlino, il tuo ovviamente…SIR GLOVE.
Un altro racconto scritto nel ‘93 (e chi poi ha avuto più tempo
). Il racconto era stato scritto per il concorso letterario indetto dalla Fanzine “Future Shock” e dedicato al mitico racconto Sentinella (titolo originale: Sentry) di Fredric Brown del 1954>.
Cercando notizie per accompagnare la pubblicazione del racconto su questo Blog ho scoperto con piacere che la Fanzine è sopravvissuta e continua a organizzare il concorso dedicato a Fredric Brown.
L’argomento dell’inversione dei ruoli è piuttosto abusato e lo ritroviamo in diversi racconti e/o film (ex. il mitico film “Il pianeta delle scimmie”). Ebbene, questa è la mia rivisitazione. Spero vi piaccia.
Lampi improvvisi scaturivano dalle nuvole plumbee e squarciando l’oscurità illuminavano la pianura sotto di me.
In quei brevi momenti potevo scorgere le colonne di fumo delle esplosioni e i movimenti fulminei e furtivi delle diverse pattuglie, mentre in lontananza la luce si rifletteva sulle superfici lucide dei tanks.
Mi voltai ad osservare i membri che componevano la compagnia di cui ero a capo e che si erano lasciati cadere esausti appena raggiunta la posizione.
Gli avrei lasciato ancora cinque minuti, poi avremmo dovuto muoverci, non potevamo fermarci per troppo tempo nello stesso posto; non così vicino alla prima linea e alle postazioni degli osservatori.
Aveva iniziato a piovere e questo tutto sommato poteva essere anche un vantaggio, se non altro avrebbe cancellato le traccie e l’odore del nostro passaggio diminuendo così drasticamente le possibilità di un attacco alle spalle.
Era ora. Ordinai ai quattro elementi più esperti e robusti di disporsi a copertura dei fianchi alleggerendo quindi quella alle spalle, mi posi alla testa della pattuglia e diedi il segnale di partenza.
Schizzammo letteralmente fuori dalla trincea e puntammo verso ovest, verso i tanks ed incontro alle retrovie nemiche. I muscoli mi dolevano ma li sentivo guizzare potenti sotto la pelle sferzata dalla pioggia battente mentre la visiera agli infrarossi registrava ogni minima variazione del paesaggio segnalandomi con sufficiente anticipo ogni movimento.
Tutto accadde all’improvviso; uscirono in due dalla buca creata da un’esplosione e ci furono addosso dal fianco sinistro.
Sapevo che era una tattica diversiva e quindi, data la parità numerica lasciai che se la sbrigassero gli elementi che avevo messo a copertura di quel lato, mentre io con il resto della squadra subito postasi in formazione di attacco frontale mi lanciai nella direzione opposta, conoscendo ormai fin troppo bene la tattica di quei maledetti. Ebbi ragione; da un’altra buca uscirono cinque bastardi, troppo vicini per usare i laser fissati ai fianchi. Restavano quindi solo le soluzioni naturali; artigli e zanne.
Schivai il balzo del loro comandante riuscendo a girarmi immediatamente sulla schiena e affondandogli i miei artigli nel ventre.
Cadde già morto e il resto della sua pattuglia come avevo previsto si diede immediatamente alla fuga. Questa volta ci era andata quasi bene, purtroppo uno dei compagni che avevo lasciato a fronteggiare il primo assalto era rimasto ferito e dovemmo abbandonarlo.
Mi posi quindi sul fianco sinistro per non lasciarlo sguarnito e ricominciammo la corsa.
Finalmente giungemmo in vista dell’obiettivo, era inutile tentare un’avvicinamento furtivo, il vento non ci era favorevole e ci avrebbero fiutato immediatamente, tanto valeva contare solo sulla nostra velocità.
Come avevo previsto a difesa della trincea vi era un’intera divisione di dobermann, sarebbe stata più dura del previsto con un’elemento in meno in squadra. La battaglia fu breve ma di una ferocia incredibile. Venni azzannato ad un fianco da una di quelle maledette bestie e mi rimase attaccata anche quando riuscii a colpirla uccidendola; non potevo fermarmi a togliermela, sarebbe stata la fine, potevo solo sperare che la ferita non si aprisse eccessivamente.
Almeno metà della mia pattuglia rimase sul campo ma infine la trincea fu nostra. Ora non rimaneva che attendere l’arrivo dei nostri tank bloccando la ritirata nemica e sperando che le altre pattuglie alleate fossero riuscite ad occupare le loro postazioni.
Gli osservatori non potevano che essere fieri dell’azione che avevamo condotto, forse da essa sarebbe dipeso l’esito stesso della guerra e ancora una volta la pattuglia PANTER-ALFA sarebbe stata decorata.
Gli osservatori erano diversi da noi, già da tempo avevano capito che la guerra era distruzione, miseria, povertà e che chiedeva a vincitori e vinti enormi sacrifici. Non era conveniente, solo costosa.
Per questo ci avevano creato con l’ingegneria genetica, avevano scelto tra le razze che popolavano il pianeta quelle più forti e feroci, killer naturali, terribili armi di distruzione, potenziate esaltandone le caratteristiche più letali e l’intelligenza. Eravamo noi a scendere in campo come loro rappresentanti e l’esito delle nostre battaglie decideva per loro. Certe volte avevo sentito dire che loro avevano avuto anche un altro nome, ormai da troppo dimenticato.
Si chiamavano umani.
Il racconto che segue è una delle mie prime produzioni. Iniziato nel 1993 ha partecipato a un concorso per fanzine di fantascienza, dove pur non essendo arrivato tra i finalisti è stato uno dei tre racconti segnalati dalla giuria. Spero vi piaccia. Fatemi sapere…
Buio. Intorno a me solo buio e freddo. Odore di muschio e di muffa gorgoglii lontani e vicini, ratti e creature sconosciute che fuggono al mio sopraggiungere…ticchettare di unghie sul metallo dei condotti e sulle pietre. All’improvviso un sapore dolce un aroma squisito…alla mia destra subito, prima che sia troppo tardi…un condotto incrostato..un altro…la fonte sempre più vicina… eccola!
Nel buio più fitto riesco a vedere chiaramente la scena: una grossa creatura bipede è con le spalle al muro e intorno decine di topi la osservano con crudeltà. La creatura sa di non avere più scampo. E’ paura quel vapore che la circonda, puro terrore che trasuda dai suoi pori. Sa che a nulla serviranno i suoi numerosi tentacoli rostrati; è stata scoperta lontana dalla tana, dal suo rifugio, e ora invece di trovare cibo lo diventerà essa stessa. Mi nutro avidamente di quella nebbia deliziosa, riesco a portarla a me come un alito di vento disperde la bruma su di un campo. Inizia l’attacco…la prima linea di roditori si avventa sulla preda ormai paralizzata; poi sopraggiunge la seconda ondata e infine non vi è più un’ordine, ma ogni piccolo killer si lancia nella mischia e centinaia di piccoli denti affondano nella carne e lacerano, tagliano, strappano.
Il mio banchetto è terminato, ora inizia il loro. Sento che è giunto il momento; in superficie è calata l’oscurità e finalmente posso abbandonare gli umidi condotti di questo regno sotterraneo. Salgo velocemente, sempre più velocemente per condotti, tunnel, grotte e gallerie, sempre più veloce sino a che le continue svolte si susseguono quasi con continuità; la superficie è vicina, spingo ancora di più sino ad erompere con inaudita violenza da una grata e mi lancio verso il cielo assaporando le fresche correnti d’aria. Mi libro nel cielo e dopo alcune evoluzioni piombo ancora verso terra sfiorando i campi e assaporando le scintille di paura che le piccole creature terrestri emanano al mio passaggio così come gli esseri volanti di questo pianeta catturano in volo piccoli insetti.
Mi fermo in prossimità di uno di quei grandi centri abitati dalle creature che dominano questa palla di terra persa nello spazio. La luce mi procura dolore. Fortunatamente la luce che usano ora mi è meno dolorosa, ora l’energia è imbrigliata, deve scorrere in cavi e fili e non è più libera come quella dei fuochi che usavano tanto tempo fa. Posso crearmi delle appendici e allungarle poi sino a penetrare in quel labirinto che le creature chiamano città. Oh delizia. E’ come attingere ad una fonte inesauribile; basta svoltare un angolo, penetrare in una stanza buia e il sapore cambia. Cibo di prima qualità, energie quasi inesauribili, odio, paura, dolore, invidia, terrore; un’infinità di vapori circondano le mie estremità e io ne assorbo sino all’ultimo filo sentendo crescere la mia potenza. Con riluttanza mi ritiro e, finalmente sazio, torno a librarmi nel vento, salendo sempre più in alto, negli strati più sottili dell’atmosfera.
La luce delle stelle mi trapassa con stilettate di puro dolore e altrettanto dolorosamente mi ricorda la casa lontana abbandonata ormai da tempo immemorabile e che mai potrò rivedere. I compagni e le tetre distese sulle quali planavamo in formazione, niente luce nè dolore, il nostro sole scuro, gigante ormai spento ma dispensatore di quel cibo così dolce al quale potevamo attingere senza limiti. Poi il desiderio di conoscere cosa ci fosse oltre, la voglia di contattare altre razze, altri esseri, altre culture. Costruimmo le prime astronavi e abbandonammo il suolo natio. I primi morirono. Lontani dal nostro sole non potevamo sopravvivere, così come non potevamo vivere se esposti alla luce degli altri soli. Riuscimmo ad imbrigliare parte dell’energia solare in particolari accumulatori e a schermare le nostre astronavi. Partimmo in molti, in ogni direzione e pronti ad immolarci come i nostri predecessori in nome della conoscenza. Ero entrato in orbita attorno ad un pianeta appena nato e stavo leggendo i rilevamenti sugli strumenti quando un gigantesco ammasso roccioso mi sfiorò catturando la mia nave nella sua scia e trascinandola con sè sulla superfice. I danni non erano riparabili, ormai ero condannato a restare in eterno su quel pianeta e le scorte di cibo sopravvissute all’impatto si sarebbero esaurite presto. Fui costretto a rifugiarmi nelle caverne del sottosuolo per sfuggire ai micidiali raggi del sole alieno.
Pensavo ormai di essere spacciato, quando un giorno avvertii un sapore noto provenire dalla superficie; cercai di ricordare e all’improvviso realizzai che quello che sentivo era profumo di cibo. Mi precipitai in superfice e vidi un mastodontico essere che, caduto in una fossa di fango, stava inesorabilmente inabissandosi. Dal corpo dell’animale si stava sprigionando una nebbia sottile ed era lei che emanava quel delizioso aroma. Mi librai sopra di lui ed iniziai ad assorbirne le emanazioni. Era veramente cibo ed era ancora più sostanzioso e appetibile di quello di casa. Avevo risolto i miei problemi, quando in superficie scendeva l’oscurità potevo librarmi alla ricerca di cibo. Con il passare del tempo imparai a conoscere le interminabili gallerie che avvolgevano il pianeta, mentre in superficie appariva la razza bipede che ne sarebbe diventata padrona.
Scoprii che gli abitanti del pianeta emettevano in diverse occasioni quella nebbia che per me era diventata fonte di cibo, e ogni volta il sapore e l’energia che mi forniva erano differenti. Negli anni sucessivi la razza bipede si diffuse ovunque, io imparai a comprendere anche il loro linguaggio e compresi che il nome che si erano dati era uomini mentre il cibo di cui mi nutrivo lo chiamavano odio, paura, violenza. Il nome che mi avevano dato era……..’TENEBRA‘.